Appartenente alla famiglia Viperidae, è di gran lunga il rettile velenoso più diffuso nella nostra zona[1] e il suo morso, molto doloroso, può causare seri problemi sanitari anche se solo eccezionalmente si rivela mortale.
Morfologia
Le dimensioni sono generalmente contenute e inferiori ai 70 cm, ma può succedere di trovarne di misura maggiore. In genere i maschi sono più lunghi e le femmine più massicce. La testa è ben distinta dal tronco e presenta la parte anteriore leggermente rivolta verso l’alto. La coda tozza (non supera di solito il 15% della lunghezza totale), le squame piccole sul capo (disposte in più file tra occhio e bocca) e la pupilla ellittica, permettono di differenziarla dalle cosiddette bisce (prive di veleno, hanno coda lunga e affusolata, pupilla rotonda e grosse squame sulla testa, disposte in fila unica tra occhio e bocca. Tuttavia, verso la fine della stagione riproduttiva, alcuni maschi di vipera, di per sé già più affusolati delle femmine, possono essere talmente magri da mostrare una coda in apparenza più lunga di quanto non sia in realtà). Il colore, invece, è molto variabile (in genere va dal nero al grigio chiaro, spesso con bande trasversali scure alternate a zig zag) e non costituisce carattere distintivo, mentre a volte può esserlo il rumore di sfruscio regolare (le bisce, al contrario, fuggendo tra la vegetazione provocano un rumore secco e improvviso) e il soffio, prodotto come minaccia per scoraggiare eventuali aggressori (tuttavia, a volte viene prodotto anche da alcune bisce a scopo difensivo).
Alimentazione
La vipera caccia attivamente una grande varietà di prede (in primo luogo i roditori, poi altri rettili, anfibi, uccelli, cavallette, ecc.), che uccide con un preciso morso velenoso apportato da una distanza compresa fino a 20 cm circa. Il veleno è contenuto in apposite ghiandole, situate superiormente alla bocca, e all’atto della morsicatura viene spinto lungo il canale longitudinale presente posteriormente a ciascuno dei due denti veleniferi. Grazie al legamento elastico che collega i due rami della mandibola, come gli altri serpenti è in grado di ingerire prede aventi un diametro anche triplo rispetto a quello della propria testa. L’ingestione non prevede masticazione per cui la digestione è molto lenta e richiede almeno due giorni, o addirittura fino a quattro se la temperatura esterna non è ottimale. La voracità è massima nel periodo primaverile post-letargico per poi decrescere nei mesi estivi, quando in genere le basta ingerire una preda ogni 5-7 giorni. È in grado di sopportare lunghi periodi di digiuno che, secondo alcuni autori, possono arrivare fino a un mese.
Ciclo di vita e riproduzione
La vipera è attiva tra i 15 e i 35 °C, mentre si rintana in luoghi protetti quando il freddo è eccessivo o nelle giornate di pioggia e forte vento. Non essendo omeoterma, regola la temperatura interna stando all’ombra nei momenti più caldi ed esponendosi parzialmente o totalmente al sole in quelli relativamente freddi. D’inverno, quando le risulta impossibile accedere a fonti di calore sufficientemente elevate, entra in letargo. Non avendo orecchio esterno né timpano, non è in grado di sentire i suoni; tuttavia è provvista di orecchio esterno che le consente di avvertire le vibrazioni. Pertanto, volendo evitare di incontrarla, è utile battere il terreno con i piedi o con un bastone. La riproduzione avviene in primavera e riguarda le femmine di almeno 5 anni e i maschi di almeno 4. Questi ultimi danno luogo a duelli rituali, senza colpirsi con i denti veleniferi, per contendersi le femmine. L’accoppiamento, che dura circa due ore, comporta l’estroflessione dei due emipeni dalla cloaca maschile con deposizione del liquido seminale in quella femminile. Dopo circa 3-4 mesi la vipera emette un numero variabile di uova, in genere da 2 a 12, contenente dei piccoli già formati, lunghi 12-15 cm, che fuoriescono quasi subito nell’ambiente esterno: si parla in questi casi di specie ovovivipara. Non abbisognando di cure parentali (anche se la madre aspetta qualche ora prima di allontanarsi), i piccoli posseggono già una piccola dose di veleno e prendono a cacciare insetti di vario tipo. La crescita non è rapida: dopo il primo anno si osserva al massimo un raddoppio della lunghezza, mentre le dimensioni adulte si raggiungono attorno al 4° o 5° anno. La crescita continua poi per tutta la vita. La pelle è formata da squame cheratinizzate di natura epidermica (a differenza delle scaglie dei pesci, che sono di natura dermica). Essendo inestensibile, viene mutata 2-5 volte all’anno, a seconda del ritmo di accrescimento che dipende dalla disponibilità alimentare. I serpenti non hanno palpebre, ma la pelle ricopre anche l’occhio, dove è però talmente sottile da lasciar passare le immagini. Tuttavia, durante la muta, quando viene prodotta la sostanza lattiginosa che favorisce il distacco epidermico, la visione è pressoché nulla. Anche se raramente, sono state osservate vipere superare i 20 anni di vita.
Predatori
Soprattutto i ricci, ma anche cinghiali, volpi, tassi, talpe, faine, furetti, donnole e puzzole sono in grado di predare vipere e altri rettili. Tra gli animali domestici, nemici delle vipere risultano gatti, maiali, polli e tacchini. Il predatore principale risulta però il biancone (una coppia può mangiare più di 500 serpenti all’anno), ma anche altri rapaci diurni (tra cui soprattutto la poiana), e più raramente notturni, sono in grado di nutrirsi di rettili.
Il morso
In Italia si contano ogni anno circa 250 morsi di vipera a carico di persone[2], ma i casi mortali sono meno di uno all’anno[3] e sono in genere dovuti a complicazioni allergiche o cardio-circolatorie in pazienti già predisposti. Il morso è fulmineo e viene portato da una distanza fino a 25-30 cm, a volte preceduto dal caratteristico soffio. La vipera è in grado di decidere se colpire con entrambi i denti o con uno solo, nonché quanto veleno inoculare, poiché sprecarne troppo significa poi dover attendere di produrne di nuovo prima di poter riprendere a cacciare. Inoltre, a volte colpisce di striscio oppure il morso non riesce a superare, o lo fa solo parzialmente, eventuali indumenti, per cui secondo alcuni autori l’inoculazione effettiva del veleno non supererebbe il 50% dei casi. Nel punto colpito si possono vedere due forellini distanti circa un cm tra loro.
Il veleno di vipera è di natura proteica; pertanto, se ingerito viene inattivato dai succhi gastrici. Contiene vari enzimi, soprattutto a effetto anticoagulante, e neurotossine. Una vipera contiene circa 10-20 mg di veleno nelle sue ghiandole, ma in genere non ne inietta più di 5 mg per morso, eventualmente ripetendolo se la preda risulta ancora vitale o la minaccia nei suoi confronti continua a essere in atto. La dose letale per le persone è approssimabile a 1 mg per kg di peso corporeo.
I primi sintomi da morso di vipera sono rappresentati da dolore acuto, arrossamento e gonfiore della parte colpita, seguiti nel giro di mezz’ora da mal di testa, vomito, secchezza del cavo orale, tachicardia e abbassamento della pressione. In genere, questi ultimi sintomi insorgono gradualmente e non sono molto marcati nelle prime due ore.
In caso di morso da vipera è importante restare il più possibile fermi e calmi, così da non aumentare la rapidità di diffusione del veleno nell’organismo in attesa di conseguire adeguata assistenza medica. Prevedendo un rigonfiamento dell’eventuale arto colpito, vanno tolti anelli e bracciali per evitare che risultino poi inasportabili. Alcune pratiche popolarmente divulgate, come l’incisione della ferita e l’utilizzo di aspiratori “succhiaveleno”, vanno evitate perché prive di efficacia e anzi controproducenti, potendo aggravare i fenomeni infettivi. Anche l’uso di lacci emostatici è sconsigliata, mentre potrebbe avere una certa utilità un bendaggio linfostatico (abbastanza stretto da rallentare il flusso linfatico ma non troppo stretto da bloccare la circolazione ematica) applicato a partire dal punto colpito fino all’estremità dell’arto, e poi in senso inverso fino alla radice di quest’ultimo; avendo una composizione proteica ad alto peso molecolare, infatti, il veleno di vipera si diffonde dapprima per via linfatica e solo in un secondo tempo entra nel circolo sanguigno. Il siero antiofidico a uso umano è stato ritirato dal commercio da oltre 20 anni in quanto, causando rischi di tipo anafilattico, presentava più problemi di quanti ne poteva risolvere. Pertanto, il suo utilizzo è oggi riservato alle strutture ospedaliere. È invece ancora disponibile un siero antivipera a uso animale, acquistabile mediante presentazione di ricetta veterinaria. Da alcuni anni sono in vendita dei piccoli apparecchi che rilasciano micro-scosse elettriche, da applicarsi vicino alla ferita, ritenute in grado di denaturare le componenti proteiche del veleno.
Distribuzione
La vipera comune è presente in tutto il territorio nazionale, esclusa la Sardegna. Piuttosto rara in pianura, nelle nostre valli è presente sui versanti ben soleggiati, dove si può trovare fino ai 2800 metri di quota. In Valgrande, area in cui è molto diffusa, è stata calcolata una presenza che in certe zone può superare i 20 esemplari per ettaro.
[1] Sporadiche e spesso incerte sono infatti le segnalazioni riferibili a Vipera berus, comunemente detta marasso, e a Vipera walser, nella nostra provincia. Secondo alcuni autori, le segnalazioni di Vipera berus in Piemonte sarebbero poi da ascrivere a Vipera walser, assente in Valgrande ma presente in altre aree come ad esempio la Valstrona.
[2] In Europa sono invece circa 8mila, con solo 4 casi mortali.
[3] Risultano invece una decina in caso di punture di imenotteri, come api, vespe e calabroni.
© Copyright 2025 – All Right Reserved – Ossola Cultura – P.Iva 02734680032 – Privacy Policy – Cookie Policy
Realizzato da: Printgrafica Pistone e Chimbo