Il lupo appartiene all’ordine dei carnivori (Carnivora) e alla famiglia dei canidi (Canidae). Ridotto a poche decine di esemplari circoscritti all’Appennino centro-meridionale fino a mezzo secolo fa, negli ultimi decenni è stato protagonista di una sorprendente ripresa che lo ha portato a diffondersi in tutto l’arco alpino. A causa dei suoi frequenti attacchi al bestiame domestico è oggi al centro di un acceso dibattito tra posizioni a volte estreme, come quelle di chi lo vorrebbe sterminare completamente o di chi lo vorrebbe lasciare libero di agire indisturbato. La sottospecie presente sulle Alpi occidentali è rappresentata dal lupo appenninico (Canis lupus italicus), che può generare degli ibridi (trattandosi però di una stessa specie, secondo alcuni autori sarebbe più corretto parlare di meticci) in seguito ad accoppiamento con il cane (Canis lupus domesticus) o con il lupo grigio eurasiatico (Canis lupus lupus) presente sulle Alpi orientali.
Morfologia
Il lupo ha dimensioni e aspetto generale simile a quello di un cane da pastore tedesco, con i maschi che in genere non raggiungono i 40 kg e le femmine un po’ più leggere. Il mantello è grigiastro in inverno, più rossiccio in estate. Gli occhi sono gialli e le orecchie corte; la coda ha la punta più scura e dimensioni ridotte rispetto ai cani di pari taglia, non superando i 40 cm di lunghezza. Spesso presenta una mascherina facciale bianca e delle bande scure verticali sulla parte dorsale degli arti anteriori. Il cosiddetto stop frontale (lo scalino tra fronte e dorso del naso) è poco pronunciato. Quando cammina indisturbato tiene la testa bassa per risparmiare energie. Tra le specie di cane domestico, quella più simile al lupo appenninico è il cane lupo cecoslovacco, che però in genere è più chiaro, ha orecchie e coda più lunghe, presenta una banda chiara nella zona scapolare ma non le bande scure sulle zampe anteriori.
Ciclo di vita
Sulle Alpi il lupo vive in branchi territoriali composti da 2-10 individui, in media 5-6, al cui interno è soltanto la coppia monogama dominante di genitori, detti alfa, a riprodursi. Il branco si sposta su un territorio dell’ordine di 150-250 km2, che difende dall’arrivo di altri lupi. In genere questi ultimi sono tenuti alla larga grazie alla delimitazione territoriale mediante demarcazioni odorose, ma a volte si arriva a scontri molto cruenti che possono giungere non solo a morsi mortali, ma addirittura all’ingestione di parti dell’avversario. Tuttavia, in certi casi può succedere che vengano accettati lupi estranei. L’accoppiamento avviene una volta all’anno, verso la fine dell’inverno (in genere, tra febbraio e marzo), e la gravidanza dura 9 settimane. Il lupo è una specie politocica e il numero di cuccioli varia da 1 a 9, attestandosi in media sui 4-5, dei quali circa ¾ non sopravvivono al primo anno di vita. Dopo 7-8 settimane dalla nascita, i piccoli escono dalla tana e vengono condotti nei cosiddetti siti di rendez-vous, zone tranquille con disponibilità di fonti idriche e nascoste dalla vegetazione, nelle quali socializzano mediante il gioco nell’attesa dei genitori allontanatisi in cerca di prede. All’età di 8-10 mesi, i giovani lupi prendono a spostarsi con gli adulti anche su lunghe distanze. Giunti a 1-2 anni di vita, possono tentare di acquisire una posizione dominate nel branco, ma nella maggior parte dei casi lo abbandonano in autunno-inverno e vanno in dispersione, iniziando a muoversi ai margini degli areali del branco e giungendo a percorrere anche distanze di parecchie centinaia di km (in alcuni casi sono stati registrati spostamenti di oltre mille!), alla ricerca di un individuo di sesso opposto con il quale trovare un’area di insediamento e formare un nuovo branco. Per riuscire a incontrarsi, molto utili risultano i caratteristici ululati avvertibili a grande distanza. L’aspettativa di vita di un lupo in cattività può oltrepassare 15 anni, ma in ambiente naturale di solito non supera i 10-12. Circa due terzi della mortalità avviene entro i primi due anni di vita ed è a carico soprattutto dei maschi. In Piemonte, due terzi delle morti sono causati da investimento mentre un quarto è dovuto al bracconaggio, tramite fucili da caccia o bocconi avvelenati. Con l’aumento della densità si osserva però una crescita della mortalità per cause intraspecifiche a seguito di lotte tra branchi per spartirsi il territorio.
Alimentazione e predazioni
Il lupo abbisogna di circa 2-4 kg di carne al giorno. Essendo un predatore che non viene a sua volta predato, viene definito super-predatore. Inoltre, essendo adattato a nutrirsi di diverse specie, viene descritto come generalista e, per la sua capacità di ottimizzare le energie sfruttando le occasioni più favorevoli, opportunista. In caso di bisogno, infatti, non disdegna di cibarsi di carogne nonché di rifiuti dell’alimentazione umana: non a caso, nei decenni precedenti gli anni ’70 è riuscito a sopravvivere sull’Appennino centro-meridionale nutrendosi di quanto trovava nelle discariche di immondizia. Inoltre, il lupo è un predatore molto efficiente e riesce a uccidere le prede con un solo morso, portato nella regione della gola, che provoca una forte pressione sui recettori carotidei e sul plesso vagale con conseguente arresto cardio-circolatorio. Al contrario, i cani randagi e vaganti aggrediscono gli animali con morsi multipli inferti su più parti del corpo e tale differenza di comportamento è molto importante per riuscire a differenziare la sottospecie responsabile della predazione. Inoltre, dopo aver allontanato il rumine, il lupo scarnifica pressoché totalmente la parte che consuma, cosa che il cane non fa. Può però succedere che, nel caso di prede di volume considerevole (soprattutto bovini, ma a volte anche ovi-caprini di grosse dimensioni), prima del morso fatale il lupo cerchi di arrestare la fuga della preda mordendola a livello scapolare, ventrale o agli arti posteriori, nonché saltandole sul dorso e provocandole graffi. In animali di piccola taglia, invece, si possono rilevare lesioni alla regione sternale o sulla schiena dovute al fatto che il lupo li afferra in tali zone per traspostarli. In tarda estate, quando i cuccioli iniziano a seguire i genitori nelle attività di caccia, non essendo ancora ben capaci possono lasciare sulle prede diverse lesioni di entità moderata simili a quelle osservabili nel caso di attacchi di cani. La forza del morso di lupo supera i 100 kg/cm2 ed è all’incirca doppia rispetto a quella di una cane di uguale taglia. Con tale potenza, provoca a volte la rottura degli anelli tracheali e una tipica incisione lungo il margine posteriore della branca ascendente della mandibola. Tali lesioni, unitamente ai fori lasciati dai canini distanti tra loro circa 3,5-4,5 cm, senza emorragie esterne ma con un grande travaso emorragico interno, sono indice pressoché certo di predazione da lupo. In genere il lupo uccide solo la preda che gli serve per alimentarsi al momento, ma succede anche che metta in atto uccisioni multiple secondo un comportamento, definito surplus killing, incentivato dal movimento vorticoso delle prede a distanza ravvicinata e motivato dall’utilità di assicurarsi una riserva alimentare di cui poter usufruire in un secondo tempo.
Il lupo si nutre soprattutto di ungulati selvatici. Sulle Alpi, però, il 15-20% della sua dieta è costituito da animali domestici. In Piemonte, nel biennio 2018-2020 ha causato la morte di 907 ovini, 283 caprini, 116 bovini, 4 equini e 1 cane. A tali cifre si aggiungono gli animali dispersi e quelli feriti. Da una ricerca effettuata nel 2022 su campioni di feci raccolti nel VCO[1], gli ungulati selvatici sono risultati presenti nel 96% dei casi, il bestiame domestico nell’11% (per ⅔ bovini e ⅓ caprini) e i rifiuti in meno del 4%. In ⅔ dei casi è risultato presente il cinghiale e in poco più di ⅟4 il capriolo, mentre lo stambecco in un solo caso.
La recente espansione del lupo
A causa della sua abilità predatoria, il lupo è stato temuto e osteggiato dall’uomo nel corso dei secoli. Se da una parte attaccava il bestiame domestico infliggendo perdite anche notevoli, dall’altra risultava un forte antagonista dei cacciatori, riducendo il numero dei capi disponibili per l’attività venatoria. Particolarmente esecrati sono stati gli attacchi diretti contro esseri umani, a volte causati da esemplari affetti da rabbia. Taglie sul lupo erano presenti negli statuti di varie comunità del VCO fin dal XIII secolo[2] e si sono diffuse in molte parti del nostro Paese a partire soprattutto dalla seconda metà del Medioevo per poi intensificarsi nell’Età Moderna[3]. Ad esempio il Ducato di Savoia, intenzionato a limitare i danni causati dalle specie selvatiche indesiderate, nel 1560 ha liberalizzato la caccia a lupi, orsi, volpi e cinghiali. La lotta contro il predatore si è poi intensificata nell’800 quando in diverse parti d’Italia, dalle aree soggette all’amministrazione napoleonica a quelle comprese nel Regno di Napoli, sono state varate misure di controllo che prevedevano premi in denaro diversificati a seconda della categoria del capo abbattuto (maschio, femmina gravida, cucciolo, ecc.). In quegli anni, a causa dell’aumento della popolazione e della caccia, in tutte le Alpi si è osservato un drastico calo degli ungulati, ritenuto da alcuni autori una delle cause di maggiori attacchi portati dai lupi alle persone. Nel giro di poco tempo, la pressione venatoria[4] ha portato a una forte riduzione numerica anche dei lupi. Nel corso della Prima Guerra Mondiale, le operazioni belliche hanno causato la scomparsa di tale specie nelle Alpi Orientali. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, poi, la presenza degli ungulati in Italia si era quasi ridotta a zero per cui i lupi, scomparsi dalle Alpi, sono riusciti a sopravvivere sull’Appennino centro-meridionale cibandosi dei rifiuti umani presenti nelle discariche. Negli anni ’50, in alcune parti del Paese si corrispondeva ancora una taglia di 5mila lire per l’uccisione di un esemplare adulto. Agli inizi degli anni ’70, la presenza del lupo in Italia era ridotta a poco più di 100 unità che sopravvivevano a stento in branchi per lo più stanziati in due aree non comunicanti tra loro: il Parco nazionale d’Abruzzo e alcuni territori al confine tra Campania e Calabria. Segnalazioni riguardavano anche altre zone appenniniche tra Basilicata, Campania e nord del Lazio. Su pressione del WWF[5] e con l’appoggio di Italia Nostra e del Club Alpino Italiano, il primo provvedimento a favore del lupo è stato emanato in Italia nel 1971, con un Decreto Ministeriale che lo escludeva dalla lista degli animali nocivi, poi nel 1976 ne veniva proibita la caccia così come l’uso di bocconi avvelenati. Nel 1979, la Convenzione di Berna[6] ha assegnato al lupo lo status di specie altamente protetta, provvedimento adottato anche dall’Italia nel 1992. Nel frattempo, favorito dalle misure protezionistiche, dallo spopolamento umano di molte aree di montagna e dall’aumento (anche a seguito di reintroduzioni) degli ungulati, il numero di lupi è andato incontro a una progressiva crescita, con conseguente risalita dell’Appennino fino a raggiungere le Alpi occidentali. Il primo accertamento della presenza del lupo in Piemonte da parte di personale qualificato risale al 24 dicembre 1989 presso il Colle di Ciriegia, in provincia di Cuneo, nel Parco Naturale delle Alpi Marittime al confine con il Parco Nazionale francese del Mercantour. Nel 1992, in quest’ultimo territorio si è formata la prima coppia alpina, dando il via alla diffusione del lupo in varie parti di Francia (dove era stato eradicato negli anni ’30) e Svizzera. Nel contempo, trovandosi nel punto di congiunzione tra Appennino e Alpi, l’area montana del Piemonte occidentale ha assistito a un aumento esponenziale del numero di lupi sul suo territorio, dove nel 1996-97[7] è stata documentata la presenza dei primi branchi in Valle Pesio, Valle Stura e Valle Susa, per un numero di esemplari che si aggirava attorno alle 20 unità.
Da rilievi effettuati nel 2012, la presenza del lupo sull’arco alpino era stimata in 35 branchi e 6 coppie, per la maggior parte insediati appunto nelle Alpi occidentali. Nondimeno, proprio quell’anno si registrava sui Monti Lessini, in provincia di Verona, la formazione della prima coppia composta da una lupa italica (poi chiamata Giulietta) proveniente da ovest, e un lupo grigio (di nome Slavc e ben monitorato, in quanto munito di radiocollare) che l’anno precedente aveva lasciato la Slovenia, percorrendo una distanza record di 1076 km. Nel 2014-15 sulle Alpi italiane si contavano 32 unità riproduttive (23 branchi e 9 coppie), per un totale di oltre 150 lupi, saliti nel 2015-2016 a quasi 200 (ripartiti in 31 branchi, dei quali 27, più 6 coppie, in Piemonte). Nel 2017-18 le unità riproduttive erano 51, comprendendo 46 branchi (33 in Piemonte) e 5 coppie (2 in Piemonte), per un totale di circa 300 lupi (200 in Piemonte). Nella nostra regione l’aumento è stato molto rapido soprattutto tra il 2012 e il 2016, dopodiché è divenuto più lento in quanto certe zone hanno preso a saturarsi e l’insediamento di un elevato numero di branchi ha impedito l’arrivo di nuovi individui. Dall’ottobre 2020 all’aprile 2021 si è svolto il primo monitoraggio[8] nazionale del lupo, coordinato da Ispra[9] e LifeWolfAlps EU[10], che ha coinvolto oltre 3000 operatori tra carabinieri forestali, guardie provinciali, guardiaparco di 20 parchi nazionali e regionali, personale delle Asl, ricercatori di 10 università, volontari di 5 associazioni nazionali (Cai[11], Aigae[12], WWF, Legambiente e Lipu) e 34 locali. Sulle Alpi italiane sono state trovate 124 unità riproduttive (102 branchi e 22 coppie), delle quali 91 nel centro-ovest (81, con 68 branchi e 13 coppie, in Piemonte) e 33 nel centro est[13]. Il numero totale di lupi è stato stimato in oltre 3300 in tutta Italia, dei quali almeno 950 sulle Alpi, con metà di questi ultimi in Piemonte. Per il resto, una certa densità è stata trovata nelle Alpi orientali, mentre attualmente in Lombardia il numero non è elevato. In ogni caso, si tratta di approssimazioni per difetto in quanto tengono conto soltanto delle presenze accertate.
Naturalmente, trattandosi di conspecifici, lupi e cani possono andare incontro ad attrazione in periodo estrale così come a lotte per difendere o conquistare un territorio. Parallelamente alla diffusione del lupo, infatti, si è avuto un aumento dei casi di ibridazione con cani domestici[14], fenomeno di portata limitata sulle Alpi ma abbastanza consistente in Italia centro-meridionale, dove la quantità di cani incustoditi è elevata. Nondimeno, nel corso del monitoraggio eseguito nell’inverno 2023-24 è stato ritrovato del DNA di cane in due lupe del VCO, a testimonianza del fatto che i casi di ibridazione sono iniziati anche nella nostra provincia. Negli ultimi anni si sono registrate in Italia alcune segnalazioni di aggressione da lupo alle persone o agli animali d’affezione, ma spesso non è stato possibile verificare se si trattasse effettivamente di un lupo, di un cane o di un ibrido, per cui oggi da più parti si sollecita il ricorso all’analisi genetica su campioni di saliva raccolti nella sede del morso.
Seppure in quantità molto limitata, esistono anche dei lupi confidenti, così definiti perché, non temendo la prossimità con le persone, vi si avvicinano in maniera ripetuta e deliberata a una distanza inferiore ai 30 metri. Si parla invece di lupi urbani per indicare quelli che hanno incluso una parte di area urbanizzata nel loro territorio, ma che, a differenza dei precedenti, cercano di nascondersi il più possibile dalla vista umana.
Sulla base del forte aumento del numero di lupi in Europa, il 3 dicembre 2024 il Comitato permanente della Convenzione di Berna ha declassato il lupo da specie altamente protetta a specie protetta, aprendo le porte alla possibilità di varare misure di contenimento per limitarne il numero[15].
Il lupo nel VCO
Nella nostra provincia la caccia al lupo è andata incontro a un forte incremento dopo la metà dell’800. L’ultimo lupo ossolano viene ritenuto quello ucciso il 14 gennaio 1927 all’alpe Mazzucher, sulle pendici del Pizzo Camino, nel Comune di Pieve Vergonte[16]. Con la recente diffusione della specie sono iniziati gli avvistamenti anche dalle nostre parti, il primo dei quali risale al 2000 ed è avvenuto nel Comune di Premia. Inizialmente si trattava di capi in dispersione che andavano e venivano dalla Svizzera, e per quasi due decenni si sono registrate solo un paio di presenze abbastanza stabili (il maschio M28 di provenienza elvetica e la femmina F31 giunta dal cuneese). Il 2019 ha rappresentato un anno di svolta. Il 7 febbraio, infatti, è stata ufficializzata la presenza della prima unità riproduttiva nel VCO, costituita da una coppia (che nel 2020 ha poi dato vita a una cucciolata) presente tra bassa Ossola, bassa Valle Anzasca e Valle Strona; poi, il 5 dicembre dello stesso anno è stata confermata la presenza del primo branco, con 5 lupi colti a predare un capriolo presso la frazione Isella di Macugnaga. Ben presto ci si è accorti che i branchi erano tre (tutti stanziati nella zona della prima coppia), sospettando poi la presenza di altri due: uno tra val Bognanco e valle Antrona, e uno tra valle Isorno e valle Onsernone. Secondo i dati raccolti nell’ambito del programma Afterlife, i branchi attualmente presenti nel VCO sarebbero 8 (più due coppie), dei quali uno, già presente tra val Bognanco e valle Antrona nel corso dell’anno precedente, composto da ben 9 esemplari. Si stima quindi la presenza fissa di una cinquantina di esemplari, più eventuali lupi in dispersione il cui numero è variabile e difficile da quantificare[17].
I progetti LifeWolfAlps EU e il dibattito sulle predazioni di bestiame
LifeWolfAlps EU è il nome di due progetti quinquennali (2013-2018 e 2019-2024) varati dall’Unione Europea per coordinare le azioni relative alla diffusione del lupo nelle Alpi. Il primo progetto, che ha avuto luogo tra il 2013 e il 2018, aveva come titolo Il lupo nelle Alpi: azioni coordinate per la conservazione del lupo nelle aree chiave e sull’intero arco alpino. Il secondo, svoltosi tra il 2019 e il 2024, recava il titolo Azioni coordinate per migliorare la coesistenza fra lupo e attività umane a livello di popolazione alpina. Entrambi hanno riguardato Italia, Francia, Austria e Slovenia in qualità di nazioni alpine appartenenti all’Unione Europea. I finanziamenti erogati sono stati di 3,8 milioni di euro di fondi europei (più 1,7 milioni forniti da altri partner istituzionali, come il ministero sloveno dell’ambiente, il ministero austriaco dell’agricoltura, ecc.) per il primo e 7 milioni (più 4 dei partner) per il secondo.
Al di là di organizzare azioni di tipo tecnico-scientifico su larga scala (studi, monitoraggi, censimenti, ecc.), lo scopo di tali progetti (soprattutto, come dice il titolo, del secondo) è stato quello di mettere a punto delle modalità che permettessero la coesistenza tra il predatore e le attività zootecniche di montagna. Allo stato attuale delle cose, non si può certo dire che queste siano state individuate. I punti di criticità sono infatti molti e difficilmente risolvibili. Innanzitutto, parallelamente alla sua espansione di successo, il lupo si è dimostrato molto abile nell’adattarsi all’elevato grado di antropizzazione delle Alpi, compiendo efficienti predazioni anche a carico del bestiame zootecnico. Le misure di prevenzione proposte dai progetti LifeWolfAlps EU si sono mostrate poco applicabili in contesti di zootecnia marginale tipici di molte aree alpine, come quella del VCO. Le reti elettrificate antilupo (alte almeno 1,80 m per non essere saltate) sono troppo pesanti per essere trasportate in alpeggi lontani non raggiunti da piste carrozzabili; inoltre si rivelano di difficile stesura su terreni impervi e irregolari per la presenza di sassi e cespugli; per di più, devono essere interrate per almeno 20 cm, così da evitare che il lupo, scavando, possa passarci sotto[18]. Rinchiudere gli animali in tali recinti, poi, ne limita la libertà pascolativa e sociale, importante soprattutto per specie come le capre, e in ogni caso richiede una frequenza assidua sul luogo per spostare le reti man mano che la cotica erbosa viene consumata, cosa non fattibile per chi svolge un’attività zootecnica amatoriale e non può permettersi di assumere del personale. L’impiego di cani da guardiania di razze capaci di tener testa al lupo, come ad esempio i maremmani, ha spesso dato più problemi di quanti pretendeva risolverne: trattandosi di animali con indole combattiva, vanno opportunamente addestrati e gestiti oculatamente affinché non causino problemi a persone o cani che si trovino a passare vicino ai greggi posti sotto la loro custodia. Per di più, l’erogazione di indennizzi nei casi di predazione viene subordinata alla verifica che sia stata adottata almeno una misura tra l’utilizzo di reti, l’impiego di cani da guardiania e la presenza del pastore. Di fatto, la diffusione del lupo sulle Alpi è stata una delle cause[19] per cui negli ultimi anni si è assistito a una forte diminuzione delle piccole aziende zootecniche che inalpavano gli animali in aree marginali, con conseguente degrado ambientale e impoverimento della biodiversità dovuto all’abbandono di alpeggi tradizionalmente utilizzati in maniera sostenibile.
In questa situazione è andato inasprendosi un dibattito, giunto oggi a toni molto accesi, con prese di posizione a volte estremizzate e ideologicamente contrapposte tra chi sostiene che il lupo debba continuare a godere di una protezione incondizionata e chi ne vorrebbe invece limitare il numero. Di fatto, la libertà assoluta concessa a un predatore tanto efficiente non può accordarsi con le tradizionali pratiche zootecniche che implicano altrettanta libertà per i capi al pascolo. La diffusione del lupo, salutata da molti come un successo ambientalista, sta quindi comportando costi sociali e ambientali molto elevati, con pesanti ripercussioni in tutto l’arco alpino.
Vanno infine ricordate anche le conseguenze sulla frequentazione della montagna a fini ricreativi. Da tempo immemorabile, la presenza di animali al pascolo rappresenta uno degli aspetti di maggior pregio in molte aree alpine. Poterli osservare da vicino, accostandosi a loro con rispetto, costituisce un’esperienza qualificante di molte escursioni e, nel caso di persone provenienti da grandi centri urbani, riveste importanti funzioni formative soprattutto per i bambini[20].
Purtroppo, negli ultimi anni la visione di animali liberi al pascolo è sempre più spesso stata sostituita da antiestetiche reti elettrificate di plastica rossa e dalla presenza di cartelli che, per evitare problemi con i cani da guardiania, intimano agli escursionisti di non avvicinarsi agli animali, non parlare ad alta voce, non correre, scendere dalla bicicletta e tenere lontani i propri cani[21].
[1] Elena Bigarella, “La dieta del lupo (Canis lupus Linnaeus, 1758) in un’area delle Alpi Occidentali”, tesi di laurea triennale in Scienze e Tecnologie per la Natura, Università degli Studi di Pavia, Anno accademico 2021-2022.
[2] Si può ad esempio citare Cannobio, seguito dalla Corte di Mattarella a Domodossola. Poi Intra, Pallanza e Vallintrasca nel 1393, Val Formazza nel 1486, Valle Antigorio nel 1583, Crevoladossola nel 1607 e Valle Vigezzo nel 1764.
[3] I lupi non venivano uccisi solo con armi bianche o da fuoco, ma anche mediante esche avvelenate. Nella prima metà dell’Ottocento, ai veleni tradizionali, confezionati con le erbe locali, si è aggiunta la stricnina d’importazione, ben più potente. Di particolare utilizzo era poi l’impiego delle cosiddette luere: trappole sotto forma di buche, profonde circa 2 metri e mezzo, in cui venivano fatti cadere i lupi. Del diametro di qualche metro e conformate a campana, avevano la parte inferiore più larga così da renderne le pareti strapiombanti e non consentire al lupo di uscire. Al centro veniva infisso un lungo bastone, la cui estremità, recante un pezzo di carne, doveva grossomodo raggiungere il livello della superficie esterna. Nei dintorni, ad esempio lungo il sentiero di accesso, venivano sparse delle tracce di sangue per attirare l’animale. La buca era poi ricoperta di frasche per nasconderla alla vista del lupo, il quale, avvicinandosi al bastone, le faceva crollare e cadeva sul fondo. La Bocchetta di Luvera nel biellese e la località Luera sotto Piancavallo, nel Comune di Oggebbio, sono due tra i tanti esempi di luoghi che hanno preso il nome da tali trappole.
[4] In Francia, nel XVIII e XIX secolo era operativa un’unità militare appositamente impiegata nella caccia al lupo.
[5] Il WWF (World Wildlife Fund) è stato fondato in Svizzera nel 1961 e ha aperto la sua sezione italiana nel 1966 su iniziativa di Fulco Pratesi.
[6] La Convenzione di Berna, il cui nome completo è Convenzione per la conservazione della vita selvatica e dei suoi biotopi in Europa, è un accordo internazionale stipulato nel 1979 che costituisce uno strumento giuridico vincolante per i Paesi aderenti (appartenenti all’Unione Europea e altri). In Italia è stata recepita nel 1981.
[7] I censimenti riguardanti il lupo sono indicati con data biennale in quanto si riferiscono all’anno biologico di questa specie, che va dal primo maggio al 30 aprile.
[8] L’attività di monitoraggio si svolge lungo percorsi prestabiliti, chiamati transetti, catalogando vari segni della presenza del lupo come campioni di feci, impronte sulla neve (snow-tracking), residui di predazioni e risposte a ululati mimati dagli operatori (wolf-howling). Il riscontro visivo di lupi può poi essere diretto oppure mediato dall’utilizzo di fototrappole o, talvolta, dovuto a casuale presenza dell’animale in foto scattate per altri motivi. Infine, anche il rinvenimento di lupi morti, o di parti della loro carcassa, contribuisce a documentare il rilievo statistico al riguardo.
[9] L’Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), istituito nel 2008, è un ente pubblico di ricerca dipendente dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE).
[10] LifeWolfAlps EU è il nome di due progetti quinquennali (2013-2018 e 2019-2024) varati dall’Unione Europea per coordinare le azioni relative alla diffusione del lupo nelle Alpi. A questi ha fatto seguito il progetto di monitoraggio denominato AfterLife, che è previsto coprire il periodo tra l’inverno 2024-25 e il 2029.
[11] La conservazione della natura è tra gli obiettivi statutari del Club Alpino Italiano.
[12] Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche.
[13] Comprendendo anche le altre nazioni, il numero di branchi rilevato sulle Alpi è stato di 243 unità riproduttive, delle quali 206 branchi e 37 coppie.
[14] In genere si tratta di lupe che accettano un cane maschio, mentre il caso di lupi che coprono delle cagne è meno frequente.
[15] In alternativa agli abbattimenti, in alcune zone è stato sperimentato l’allontanamento con proiettili di gomma, conseguendo risultati incoraggianti.
[16] L’episodio aveva meritato la copertina del settimanale La Domenica del Corriere del 30 gennaio 1927.
[17] L’insediamento di questi esemplari è improbabile nei territori controllati dai branchi già presenti, ma risulta possibile in altre zone qualora dovessero formarsi nuove unità riproduttive.
[18] Si è tentano anche l’utilizzo di dissuasori acustici e luminosi, così come di banderuole che si muovono al vento (flagging), ma il lupo ha dimostrato di abituarsi alla loro presenza nel giro di pochi giorni.
[19] Le altre cause sono l’invecchiamento della popolazione, lo spopolamento dei Comuni montani, le politiche europee che favoriscono le grandi aziende (comprese “pseudo-cooperative” gestite da entità speculative) e l’inasprimento delle procedure di controllo burocratico.
[20] In qualità di veterinario e guida escursionistica ambientale ho spesso provato grande soddisfazione nel vedere i bambini emozionarsi al contatto fisico con i ruminanti al pascolo, cosa che per alcuni di loro avveniva addirittura per la prima volta. Insegnare ad avere un giusto rapporto con gli animali, comportandosi con rispetto della loro natura, è un valore aggiunto che ogni guida dovrebbe offrire ai propri clienti.
[21] Ovviamente, tutte queste prescrizioni sarebbero comunque giustificate qualora il comportamento dei turisti potesse creare disagio negli animali al pascolo, non rispettandone le giuste esigenze di tranquillità.
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